Non sarebbe mai andata al bar, quella domenica pomeriggio, se l’atmosfera di casa non fosse stata così opprimente, anche per la lite, come al solito fatta di muta ostilità, fra suo padre e sua madre.
Anche tra i suoi amici del bar c’era un’importante questione in sospeso: dato che uno di loro aveva lasciato la sua ragazza, detta ragazza doveva essere ancora trattata dal gruppo con tutti i riguardi di membro effettivo oppure scaricata all’esterno?
Ad un tratto lo vide dall’altra parte di corso Cavour, le mani nelle tasche dell’impermeabile beige, le spalle una più alta e una più bassa, la falcata lunga.
“Torno fra un attimo” disse agli amici, tanto infervorati nella discussione che le badarono appena.
Si stava avviando il passeggio delle sette di sera, e tra la gente lui non poteva camminare veloce come avrebbe voluto. Lidia lo sorpassò tenendosi sul marciapiede opposto, poi attraversò la strada e gli andò incontro.
“Signor Bassi…”
“Buonasera” disse lui.
“Vorrei parlarle, se ha tempo.”
“Sì, ce l’ho. Ma non c’è molto da dire. Io non farò niente e non voglio una lira. Questo avrei detto fin dal principio, ma sono uno che si arrabbia facilmente. Mi dispiace se è angustiata, non ce l’ho con lei.”
Lidia avrebbe voluto essere mille miglia lontano.
“Come sta?”
“Come ieri, credo.”
“Sta andando all’ospedale? Posso venire con lei?”
Bassi si strinse nelle spalle. “Se può farla star meglio…”
“Se è così che la pensa, è meglio che resti qui.”
Lui la prese per una spalla e la tirò da una parte, un po’ fuori dalle due correnti della gente che stava uscendo dal cinema oppure stava andando in piazza o a prendere l’aperitivo, oppure era semplicemente impegnata a camminare e a farsi vedere.
“Mi dispiace che non capisca. Pensi solo che ha dodici anni meno di me, che non ha mai avuto voglia di andare a scuola perché non riusciva a star fermo, perché io glielo avrei mandato, eccome, e poi non studiava mai, sfotteva tutti, un disastro. Poi, per fortuna, a lavorare si è trovato bene, l’avevamo mandato a fare il falegname e lui si era affezionato al legno ed anche al padrone, pensi un po’. Io lo prendevo in giro, gli dicevo che aveva fatto il nido tra la sgadezza. Non andavamo neanche d’accordo, lui era anche un po’ qualunquista, però era un bel ragazzo, uno sportivo, per quello che andava sempre in bicicletta, anche a lavorare, ce ne sono di peggio, in giro, di molto peggio…. Lei ha detto l’altro giorno che non ci sono soldi che valgano, e ha detto proprio bene. E’ sempre stato bello, fin da piccolo, un po’ l’ho allevato anch’io, e poi era intelligente, troppo intelligente e troppo poco carattere, quelli come lui vanno spesso a finir male e invece aveva trovato il suo mestiere, lei non può immaginare come ero contento… Capisce perché non voglio niente? Io non ce l’ho con lei, non ce l’ho con nessuno, ma è una tale desolazione, un tale deserto… Io ci credo, nella giustizia, non che ci sia ma che bisogna farla, metterla su, ma qui, che giustizia è, che giustizia ci vuole? Perché se non c’è giustizia non c’è più niente… Era un così bel ragazzo e adesso è là, un fagotto, con un tubo che gli esce di qua, un altro che gli esce di là… Spero di essermi spiegato, signorina, mi dispiacerebbe che pensasse che ce l’ho con lei.”
Lidia lo aveva ascoltato fissandolo, il collo talmente rigido che adesso le faceva un po’ male, ed anche la faccia, aveva tenuto i denti troppo stretti.
Fece segno di sì . “ Mi scusi”disse “Arrivederci”
Non tornò al bar, camminò per le stradine del centro storico, guardando i giardini ed i cortili che si scorgevano dai portoni semiaperti. Si sentiva la testa leggera e le gambe deboli. Davanti ai giardini pubblici, comprò un cartoccio di lupini e sedette a mangiarli su una panchina . “Sono sconvolta” pensò, e l’aver dato un nome al suo stato servì a farla sentire meglio.
E’ naturale che lo sia, si disse. Cuore, anima, vita, dolore, a secchi, tutto in una volta, e io finora ne ho avuto solo a piccole dosi.
No. Non era quello, o meglio, quella era solo la superficie del caos che le mordeva dentro a crampi successivi. Aveva visto la sofferenza, non solo sulla faccia di quell’uomo, ma anche sul suo corpo che mentre parlava sembrava rattrappirsi, come se non riuscisse più a respirare, come se volesse difendersi da colpi sempre più forti, come se lo stessero picchiando ferocemente.
Voleva andare a casa, nel buio della sua stanza, a letto. Buttò via il cartoccio con i lupini rimasti ed uscì dal parco, alla ricerca di un tassì.
II PARTE
“Ha chiamato il notaio Olivieri”
Lidia si tolse gli occhiali e si massaggiò la radice del naso. Doveva trovare il tempo di andare dall’oculista, da quando aveva passato i cinquant’anni la vista le si affaticava sempre più. Proprio per riposare gli occhi, guardò Gabriella senza sforzarsi di metterla a fuoco.
“Cosa abbiamo a che fare, col notaio Olivieri?”
“Niente, per quanto ne so” Gabriella passò automaticamente le mani sui capelli biondi un po’ raccolti, un po’ scarmigliati, nell’indecisa, chiamiamola così, pettinatura, che faceva tanto giovanile, anche se pure lei i suoi quaranta li aveva passati. Li portava bene, però, con la figura sottile che si poteva permettere ancora jeans attillati con tacchi altissimi e giubbini aderenti che a volte lasciavano vedere addirittura l’ombelico.
“Allora è una grana” Lidia sospirò. Non ne sentiva la mancanza. Non dopo un pomeriggio con i sindacalisti aziendali, con i quali si era trovata d’accordo solo su un punto, e cioè che la vertenza doveva passare alla Camera del Lavoro ed affini. Suo padre si sarebbe rivoltato nella tomba, se avesse saputo che stava contrattando i licenziamenti con “ quelli là”, ma se voleva togliere di mezzo i lavoratori con anzianità da pensione o prepensione ed assumere giovanotti precari - costi di gestione dimezzati, lo studio economico parlava chiaro, in proposito - doveva passare per quelle forche caudine. Certo, avrebbe dovuto promettere investimenti, in cambio; lei avrebbe promesso, loro avrebbero fatto finta di crederci, e così tutte le questioni di principio sarebbero state salve. Una settimana di pantomima, come minimo. Per fortuna, il giorno dopo c’era il direttivo della Confindustria regionale; un po’ di parata, un po’ di respiro “A che ora ha telefonato?”
“Saranno state le cinque, e poi le sei. Voleva addirittura il cellulare, figuriamoci. Ma io ho tenuto duro, ho detto che lei era in riunione.”
Ah, sì? Che cosa voleva, con quell’aria soddisfatta, che le dicesse brava, che le desse un premio?Era il suo lavoro di segretaria, punto e basta.
“E va bene, chiama.”
Il notaio era una donna. Voce profonda, accento aristocratico impercettibilmente meridionale.
“Signora Morini, mi scusi l’insistenza. E mi scuso in anticipo anche per quello che sto per chiederle, ma le sarei grata se potesse passare dal mio ufficio, perché la questione non può essere trattata per telefono.”
“Quale questione?”
“Mi dispiace veramente di non poter essere più precisa, ma la sua presenza è necessaria.”
Questo era davvero troppo. Lidia perse le staffe.
“ Quand’è così, notaio, le passo la mia segretaria che la metterà in fila con gli altri. Buonasera.”
Passò la cornetta a Gabriella, che automaticamente sorrise, il sorriso che le serviva anche per impostare al telefono il tono di voce per cui era profumatamente pagata e grazie alla quale riusciva a tenere da anni il suo posto; un personale mix di miele e burocrazia. Purtroppo, il suo brevettato “pronto?” si scontrò con il segnale di libero.
Il notaio aveva riattaccato. Anche la signora Olivieri doveva aver avuto una giornata pesante.
Qualcosa doveva essersi agitato durante la notte, lavorando in maniera sotterranea, perché la mattina dopo Lidia si svegliò con un’idea ben chiara e netta in mente, e cioè che lei a Bologna, al direttivo regionale della Confindustria, non aveva voglia di andarci e non ci sarebbe andata. Nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, i suoi interventi erano di solito ben lontani dall’essere risolutivi. E in fabbrica sapevano della sua assenza e quindi nessuno l’avrebbe cercata; in ogni caso, avrebbe tenuto spento il cellulare.
Un giorno di vacanza, intero ed irresponsabile. Sua sorella, che senza crederci si era laureata e poi aveva cominciato, credendoci ancora meno, ad insegnare, le rare volte che riuscivano a parlarsi davvero, solo per parlare e non per ragioni pratiche, trovava sempre modo di dirle: “Beata te, che sei la padrona e puoi ammalarti quando vuoi, andare in ferie quando vuoi” paragonando alla sua la propria condizione di malpagata, oberata e sottostimata insegnante delle medie. Come se glielo avesse ordinato il dottore, di non occuparsi della ditta. Lidia, dopo le arrabbiature dei primi tempi, lasciava dire. E sua sorella continuava: “E poi, non hai famiglia. Quando torni a casa, ti metti in vestaglia e pantofole e puoi dire basta. Io, se mi credi, tante volte quando vado a scuola, con tutte le beghe che ci sono, ho quasi l’impressione di riposarmi.”
Lidia stava zitta anche in quel caso, pur pensando che nessuno l’aveva obbligata a sposare un architetto di mezza tacca rintanato in un ufficio comunale, e a farci un figlio insieme, oltretutto. Taceva, in quel caso, non solo per evitare beghe inutili, ma anche perché doveva riconoscere che suo nipote Federico, per assoluta casualità genetica e non certo per accorte strategie educative o per esempi familiari eclatanti, era riuscito bene. Non era un genio, ma era un bel ragazzo amante del tennis e della montagna, aveva buon carattere e buon senso e tirava avanti decorosamente i suoi studi di economia e commercio; come cosa ovvia, senza che ne avessero mai parlato fino in fondo, in famiglia lo consideravano l’erede di Lidia nella ditta,. Lidia era d’accordo, anche perché altre vele all’orizzonte non se ne vedevano.
Lidia accarezzò l’idea di chiamare proprio Federico al cellulare e proporgli una fuga a due in gran segreto; non sarebbe stata la prima volta, andavano abbastanza d’accordo. Una corsa in macchina a Venezia o a Firenze, o dovunque ci fosse uno straccio di mostra, in quel raggio di chilometri; lui ne era sicuramente al corrente; pur senza essere un patito o un intenditore, aveva qualche vezzo intellettuale. Con lei, poi, si sentiva più a suo agio che con i propri genitori, dato che non doveva renderle conto alcuno e non doveva corrispondere a nessun sogno o progetto.
Alla fine, decise di non farne niente. Era troppo stanca anche per recitare una delle sue parti preferite, quella di zia in carriera dalle larghe vedute. Stufa, più che stanca. Stufa marcia e rabbiosa.
Riconobbe subito i sintomi dei suoi momenti neri.
Impossibile stare a letto senza far niente. Prima le sarebbe venuta una gran furia contro se stessa e il mondo, poi si sarebbe messa a piangere ed alla fine le sarebbe venuto un fortissimo, accecante mal di testa.
Alla ricerca di un appiglio per impiegare il tempo vuoto, le venne in mente il notaio Olivieri. Giusto la piccola, esilarante scaramuccia di cui aveva bisogno.
Si preparò senza fretta, dopo aver staccato anche il telefono fisso. Bagno in vasca, lavaggio capelli - da tempo ormai aveva adottato un taglio liscio a caschetto per il quale bastava una passata di fon. Controllò lo stato delle gambe - la depilazione reggeva ancora - e alla fine si concesse anche un po’ di matita per occhi all’interno della palpebra inferiore e una passata di lipgloss.
Un’occhiata critica allo specchio grande le riconfermò che avrebbe dovuto perdere due o tre chili. Tuttavia, poteva andare; un osservatore benevolo e superficiale non le avrebbe dato più di quarant’anni.
Anche il notaio Olivieri aveva bisogno di perdere qualche chilo da menopausa, nel suo caso mascherati da una perfetta, scurissima, lucente abbronzatura e da una batteria di anelli a tutte le dita delle mani, pollice escluso (forse in vacanza se lo concedeva); Lidia sospettò che servissero a dissimulare la mancanza di una fede matrimoniale, il notaio Olivieri era pur sempre una meridionale attempata. Di certe cose non ci si libera.
Lidia sedette senza esserne invitata, con lo stesso sorriso con cui aveva sbaragliato impiegate e clienti in attesa. Non si scusò. Due regole d’oro, diceva suo padre; mai scusarsi e mai, nemmeno lontanamente, riconoscere che ci sia del buono nelle ragioni degli altri. Regole d’oro negli affari e in tutto il resto, nel corso degli anni aveva dovuto riconoscerne la fondatezza.
Il notaio si vendicò. Prese atto della sua presenza senza dire una parola, e sempre senza parlare si alzò dallo scranno professionale di legno scolpito e imbottito di velluto rosa antico, uscì da dietro la scrivania in stile, attraversò il tappeto in toni ecru e rosa antico, prese da un canterano di quercia scolpita e vetri molati una busta gialla e riguadagnò la posizione. Dalla finestra socchiusa, con tendaggi ecru, semiaperti, si vedeva una fuga di tetti dalle tegole rossicce, spezzati qua e là da altane con vasi da fiori e giardinetti pensili. Pandette e romanticismo.
“Le parlo come notaio e come esecutore testamentario.” Esordì il notaio Olivieri, inforcando occhiali da vista con rettangolare montatura dorata. Olivieri Maria Cecilia, recitava la lucidissima targa sul portone d’ingresso.
Si trattava dunque di un testamento? Lidia si dispose ad ascoltare senza chiedere spiegazioni. Mai chiedere spiegazioni, altra regola d’oro, a meno che non si voglia cogliere in fallo qualcuno.
Cominciò la lettura dell’atto. “Davanti a me, Maria Cecilia Olivieri, notaio in Cesena, è convenuto Bassi Sergio, pensionato, nato a Cesena il 10 novembre 1942, ed ivi residente in via Orto Filanda 12, e della cui identità sono certa. Il signor Bassi Sergio nomina la signorina Morini Lidia , del fu Luigi, erede universale dei suoi beni, consistenti, come risulta agli atti da documenti, planimetrie e perizie, in un appartamento di complessivi metri quadrati settanta e comprensivo di terrazzo adibito a veranda, debitamente condonato, sito in via Orto Filanda 12, interno 4. La signorina Morini Lidia del fu Luigi e della fu Caciagli Monica, eredita peraltro quanto ancora disponibile al momento dell’apertura della successione nel conto corrente 237/19, aperto presso la Cassa Depositi e Prestiti e ammontante ad euro…”
“Ci deve essere un errore.” Scattò Lidia.” Non conosco questo signore, tanto meno credo che possa avermi lasciato un appartamento.”
“Nessun errore. Il signor Bassi mi ha lasciato riferimenti molto precisi e prima di disturbarla ho fatto i necessari accertamenti, verificando anche le possibili omonimie. L’erede è lei.”
“Ma perché?”
Il notaio si strinse nelle spalle. “Non rientra nei miei compiti saperlo” Si stava divertendo.
“Ma devo accettarla per forza?”
“No di certo.”
“Allora rifiuto. In blocco.”
“Capisco. Ma non è stata completata la lettura dell’atto….”
“Immagino però che le cose essenziali siano state dette.”
“Sostanzialmente sì. Mi corre tuttavia l’obbligo di aggiungere qualcosa. In primo luogo, il signor Bassi, prevedendo evidentemente qualche perplessità da parte sua, ha lasciato questa lettera per lei. “ Mostrò una normale busta bianca, rimarchevole solo per il sigillo di ceralacca che la chiudeva.” E’ mio dovere inoltre farle presente che l’appartamento non é certo nuovo, dato che si trova ai margini del centro storico, ma che è in discrete condizioni e non è gravato da ipoteche o vincoli di alcun tipo. Rifiutare l’eredità è suo pieno diritto, ma in quanto esecutore testamentario devo far sì che le volontà del defunto siano, appunto, eseguite, e devo quindi insistere perché almeno si accerti delle condizioni delle condizioni e della convenienza del lascito….”
“Come ha detto che si chiama, questo signore?”
“Sergio Bassi “
Il nome le esplose in testa. “Oh, Dio” Istintivamente allungò la mano ed afferrò il bordo della scrivania.
Il notaio non si impressionò più di tanto, doveva averne viste ben altre. Tuttavia chiese: “Si sente bene?” Gli occhi le brillavano, sentiva odore di romanzo.
“Si, certo.” Non le avrebbe dato la soddisfazione di aggiungere una parola di più, che si tenesse la sua curiosità.
Respirò a fondo. “Credo che seguirò il suo consiglio. Posso veder la casa oggi stesso?”
“Certamente. Ho la chiave.”
Era nata e cresciuta a Cesena, ma quell’angolo di città non lo aveva mai visto.
La casa era inserita, in linea continua e coi muri in comune, tra altre ugualmente modeste e di altezza variabile tra i due piani e il piano rialzato, tinteggiate di bianco o giallino oppure lasciate con l’intonaco grezzo, alcune con le finestre a tapparella, altre a persiana, costruite adeguandosi all’arco disegnato dalle antiche mura, ormai scomparse quasi del tutto. Le case davano direttamente sulla stradetta in acciottolato, oltre la quale, al di là di ciò che restava delle mura e seguendone il perimetro, si estendevano piccoli appezzamenti coltivati un po’ a orto ed un po’ a giardino, alla maniera antica, recintati da rade reti metalliche e chiusi da cancelletti di fortuna. Un angolo primo Novecento, costruito quasi certamente su fondamenta che risalivano a tempi remoti. Il rumore del traffico arrivava a malapena, uno sfocato rumore di sottofondo, come se la circonvallazione fosse lontana chilometri e non poche centinaia di metri in linea d’aria.
Il numero 12 era dipinta in giallo, dorato in origine e ormai logorato al punto da lasciar trasparire in certi punti il grigio pallido dell’intonaco. Due scalini di tavelle e sasso portavano ad un uscio marrone scuro con due pomi d’ottone. Lidia inserì la yale ed entrò in un piccolo androne che prendeva luce da un cortile interno, nel quale si intravedeva un grande gelso. Un’unica rampa di una quindicina di scalini in graniglia conduceva ad un pianerottolo con due porte rivestite di noce. Lidia aprì quella alla sua sinistra con l’altra chiave che il notaio le aveva consegnato; la targhetta del campanello recava ancora il nome Bassi. Il nome del defunto Sergio Bassi.
Accese la luce e aprì anche le finestre, per scacciare l’odore di chiuso.
L’appartamento comprendeva un ingresso, un breve corridoio, una cucina - tinello, due camere da letto ( una matrimoniale con un letto alto, antiquato, dalle testiere di ferro dipinto, un comò e due comodini più moderni, un armadio a muro; l’altra con due letti e un armadio con sportelli e cassettoni), un bagno in fondo, ricavato tra l’estremità del corridoio e un sette sottratto alla superficie della terrazza - veranda (debitamente condonata). La porta- finestra del tinello portava alla veranda e dava sulla stradina e sugli orti, le altre stanze si aprivano sul cortile interno, il gelso e il sedile circolare di pietra intorno al tronco.Oltre il muretto di cinta, dall’intonaco sbiadito, si apriva una piccola piazza in acciottolato e lastroni, le panchine al centro ombreggiate da un platano enorme, delimitata da altre casette basse e casualmente a schiera, come quella in cui si trovava, e da un alto muro sulla destra, restaurato e ridipinto, forse parte di un convento, di un palazzo. O di una vecchia fabbrica riutilizzata per tutt’altro. Sulla sinistra, in verticale, una strada stretta, asfaltata e deserta, per la quale ogni tanto qualcuno doveva pur passare, a giudicare dalle macchine parcheggiate nello spazio ombreggiato ed a ciò adibito, all’ombra ovest del platano.
Era tutto quieto, silenzioso, come sospeso. Forse per l’ora: le undici del mattino: ora di lavoro e scuola, ora di spesa e mercato. Anche la casa dove si trovava non appariva tanto disabitata, quanto piuttosto in attesa di qualcuno uscito da poco tempo e che in poco tempo sarebbe rientrato. Forse era per effetto delle tendine alle finestre, in pizzo di nylon stampato, come i centrini sulla tavola e sul ripiano della credenza. Il tinello era un compromesso tra cucina americana - i pensili sopra la stufa e il lavello, le sedie e il tavolo di formica finto legno - e arredo tradizionale, rappresentato soprattutto da un imponente mobile rivestito di ciliegio, qua e là leggermente scrostato, con begli sportelli di vetro nell’alzata, dove erano esposte le ceramiche migliori; un servizio da caffè, due zuppiere gemelle a fiorami rosa, un servizio di bicchieri in cristallo lavorato. In un angolo, su una mensola a muro, un televisore, in posizione scomodissima, a meno che, per vederlo, la famiglia Bassi non usasse sedere sul tavolo.
Lidia sedette su una delle sedie di formica e aprì la busta bianca sigillata di rosso.
Dentro c’era un unico foglio, scritto su una sola facciata con una grafia marcata, dal tratto pesante, molto chiara nei caratteri.
“Signorina Lidia,
“spero che non si offenda, ma mi viene da ridere mentre scrivo, al pensiero della sua faccia quando leggerà queste parole. Sono sicuro che faticherà a ricordarsi di me. Io invece di lei mi ricordo benissimo, anche perché mi sono tenuto informato: so che si è laureata in Economia e Commercio e poi è tornata a casa a fare la padroncina in fabbrica. Sono quasi sicuro che lo ha fatto malvolentieri, ma era una brava bambina e non è stata capace di dire di no a suo padre. Immaginavo che sarebbe andata a finire così, sapevo che non sarebbe stata contenta della sua vita e mi dispiaceva tanto. Mi dispiace anche adesso. L’avrei difesa, se avessi potuto; ci ho pensato molto, ma non c’era proprio nessuna possibilità.
Io morirò presto, perché ho un cancro ai polmoni. Sono solo, e mi dispiace di lasciarla sola. Le lascio la mia casa perché è l’unica maniera per continuare a farle compagnia, come in questi anni mi è sempre sembrato di fare. Mi piace e mi conforta l’idea di lei che gira per queste stanze e prende il fresco sulla mia terrazza.
Il mio orto è proprio di fronte, quello con la fila di ortensie di fianco al cancelletto. Quand’è stagione, ci sono anche i gigli e i gladioli. So che lei non avrà tempo di occuparsene, ma Luigina Marchi, la donna che abita nel mio stesso pianerottolo, potrebbe innaffiare le piante ( ci sono anche due gelsomini, uno giallo e uno azzurro) e usare per sé il resto della terra. Gliene ho già parlato, e lei è d’accordo, in linea di massima.
Addio.”
Le campane del duomo suonavano mezzogiorno; per chissà quale fenomeno acustico si sentivano molto meglio del traffico della circonvallazione, nonostante fossero senza dubbio più lontane,. La strada e le casette si stavano animando: voci di donne, rumori di biciclette, porte e finestre aperte e chiuse. Rumori che Lidia aveva sentito quand’era bambina e che credeva scomparsi.
Lidia pensava a quella sera lontana, quando, da sola sulla panchina del giardino pubblico, s’era sentita così male, così cattiva, così vigliacca. E così aveva continuato a sentirsi, per anni. Lui invece aveva pensato a lei come ad una brava bambina. Con affetto. Forse con amore, addirittura. E Lidia si sentì a poco a poco inondare di rabbia ed amarezza, proprio come una valanga d’acqua respinta da una fogna intasata che trovasse sfogo su, su in alto.
Hai idea, pensò alle stanze silenziose, di quel che avrebbe significato per me sapere che qualcuno non solo mi aveva perdonato, mi aveva assolto, addirittura mi voleva bene? Non adesso, allora? Povera Lidia, avevano sempre detto tutti, non si è più ripresa dalla faccenda del rapimento, e lei non aveva mai perso tempo a smentirli, a spiegare che il quasi rapimento non solo era passato su di lei come acqua fresca, ma le era addirittura tornato utile: da non contarsi le volte che, per aver ragione di suo padre in questioni d’affari e gestione, aveva tirato fuori la sua arma segreta, il fatto che il basista del rapimento fosse risultato proprio Anselmo, il custode, l’uomo che Luigi Morini considerava più o meno un amico: “abbiamo fatto i bambini insieme” diceva di lui. Da quella delusione suo padre non si era mai del tutto ripreso, era stata per lui un’offesa, uno smacco, l’inizio della fine.
Aveva la schiena indolenzita. Si alzò dalla sedia scomodissima su cui comunque era rimasta ferma, inchiodata più di un’ora.
Passò e ripassò per le stanze dell’appartamento e infine si fermò nella stanza con i due letti gemelli.
Due letti gemelli. Lui e suo fratello morto giovane. Lei aveva ucciso un ragazzo, sia pure per sbaglio, e quello era il suo letto. Sergio Bassi le aveva lasciato la casa anche per vendicarsi, forse senza confessarselo neanche, non lo avrebbe mai e poi mai ammesso, non sarebbe stato degno di lui, ricordava il suo orgoglio.
E ricordava ciò da cui era scappata per sempre, in quella sera ventosa e livida, dentro un portone di corso Cavour.
Del processo ad Anselmo ed ai suoi complici non s’era quasi accorta. Poi, era andata avanti. In realtà, s’era solo illusa di andare avanti. In fondo lui le aveva davvero fatto compagnia, in qualche malefica maniera, trasmettendole quel senso di impotenza che dominava la sua lettera e che aveva dominato le loro vite, lui prigioniero in quella casa, lei nella fabbrica di suo padre.
Stava sudando freddo. Il cuore le batteva forte, proprio in gola. Le stava tornando il panico, da anni non lo sentiva più.
Uscì d’impeto e si tirò la porta dietro.
Una donna sulla cinquantina stava salendo i quindici scalini con due sporte pesanti di plastica, una per mano. Vedendola, si fermò e la squadrò ben bene, bloccando il passaggio.
“Lei chi è? Che cosa cerca?”
“Mi lasci passare.”
“Ma neanche per sogno. Come ha fatto ad entrare? Chi le ha dato la chiave del portone?”
“Ho bisogno d’aria.”
“E allora venga con me.”
Seguì la donna. Avrebbe seguito chiunque. Scesero le scale, ma invece di ritrovarsi in strada sbucarono dalla parte opposta, nel cortiletto interno, vicino al gelso.
La donna la fece sedere sulla panchina di pietra. Dalle sue sporte prese una bottiglia d’acqua, di quelle di plastica da un litro e mezzo. Il tappo si aprì con un soffio. “Tenga. S’attacchi alla bottiglia, non importa.”
L’acqua era ancora abbastanza fresca.
“Grazie”
“Niente. Sta meglio?”
“Sì, grazie”
“Si vede. Prima era verde, in faccia.”
S’era seduta vicino a lei. Buona samaritana, ma anche curiosa. Lidia intuì chi potesse essere.
“Lei si chiama Luigina Marchi?”
Subito battagliera, la donna ribattè: “Sì. E posso sapere come si chiama lei?”
Luigina Marchi aveva detto: “Può restare a mangiare, se si contenta.”
Era una donna dalle chiare priorità: per esempio, a mezzogiorno si mangia, caschi il mondo. Come corollario, aveva il dono di semplificare le questioni. Quando Lidia le aveva detto: “Mi chiamo Morini. Sergio Bassi mi ha lasciato in eredità casa sua, non so perché.”, lei aveva alzato le spalle e aveva replicato “Si vede che secondo lui aveva bisogno di una casa.”
Ora Lidia era seduta in un altro tinello-cucina. L’arredamento era più moderno, e quindi finto antico, con i pensili dalle ante di legno e le sedie del tavolo impagliate e ricoperte di cuscini dalle fodere a disegni romagnoli, color ruggine; le tende alle finestre erano di vero cotone.
Lidia aveva dichiarato che si sarebbe accontentata, e Luigina Marchi detta Gigina era passata dalle parole ai fatti. O meglio, aveva mescolato i fatti alle parole. Prima di tutto, aveva messo su una pentola d’acqua salata, e in attesa che bollisse aveva preparato rapidamente una sfoglia con farina ed un pugno di spinaci ben strizzati e l’aveva tagliata a riquadri simili a grossi maltagliati.
“Oggi mia figlia non viene e avevo pensato di mangiare quel che pare a me. Lei, se non ha la carne, guai. E’ una mania.”
Mentre il burro scioglieva a bagnomaria, con la salvia dentro, la Gigina aveva messo a cuocere due uova sode e tagliato un’insalata di pomodori, cetrioli e peperoni gialli.
Lei e la mamma di Sergio Bassi, la Silvana, avevano fatto le ragazze insieme. “Lavoravamo tutte e due alla Bartoletti.”, spiegò. E tu facevi parte della commissione interna, ci scommetto, pensò Lidia; riconosceva il piglio. Poi si erano perse: Silvana si era sposata presto ed era venuta a stare lì, vicino alla vecchia filanda Berlati. “Sapesse che brutto buco era questo, una volta. Il marito della Silvana faceva l’operaio, alla fornace sul fiume.”
Si erano ritrovate proprio lì, in quella stessa casa, sullo stesso pianerottolo, quando anche lei, la Gigina, si era sposata, ben più tardi. “Non sono mai stata una gran bellezza, ma ad un certo punto ho avuto anch’io il mio momento.” La Silvana era rimasta vedova quasi subito dopo, il più piccolo, Stefano, era appena nato. “Si dice che le mamme non fanno differenze, ma non è mica vero. La Silvana, per dire, si affidava a Sergio in tutto, prima di tutto perché era il più grande, e di molto, e poi perché di lui ci si poteva fidare sempre, ma a Stefano aveva dato il cuore, punto e basta. Era bello, era simpatico, era intelligente, ma aveva la testa nelle nuvole, di quanto valevano i soldi non aveva proprio idea. Sergio e la Silvana un po’ ridevano, un po’ si arrabbiavano. E poi è morto, è andato sotto una macchina con la bicicletta. Si può dire che con lui sono morti tutti. La Silvana se n’è andata subito, ma anche Sergio, si può dire, anche se ha campato ancora molti anni. Si figuri che aveva una ragazza; bene, dopo quel fatto l’ha lasciata, non ne ha volute più e si è rintanato qui. Sembrava che volesse fare politica, prima, e invece ha mollato anche quella. Aveva fatto l’istituto tecnico, era bravissimo a scuola, e invece ha fatto l’operaio per tutta la vita; sembrava si fosse infilato un po’ nel sindacato, e lì fanno carriera certe teste di cavolo che non le dico, ma lui niente, ha mollato anche lì. E fumava come un turco, ma cosa fumi, gli dicevo, e lui niente, rideva e tirava dritto; e si sa di che cosa è morto.”
Il pranzo era pronto: lasagnette verdi con burro, salvia e parmigiano, insalata e uova sode spaccate a metà, schiacciata con rosmarino calda di forno. “E’ il mio vizio, vado sempre fino al forno in piazza a prenderla, tutti i giorni. Tanto, dicono che bisogna camminare.”
Mentre mangiavano, Lidia affrontò la questione dell’orto.
“Se devo dire la verità, l’ho sempre badato io. “ fece notare la Gigina. “ Sergio non aveva pazienza, solo un po’ con i fiori, purchè fossero sterpigni e non ci fosse bisogno di starci troppo dietro. Ma la terra non me la poteva lasciare perché è del Comune, in concessione.”
“A quanto ho capito, se tengo la casa posso tenere anche la terra. E anch’io non avrò molto tempo per curarla.”
“Veda lei. E’ terra buona, la verdura che ha davanti viene da lì. La roba viene bene perché è riparata, così dietro le mura. Si sa che per le piante non c’è niente di meglio delle pietre vecchie.”
La Gigina si passò il fazzoletto sulla fronte, sotto il naso, sul collo. Era robusta, grigia, con una fitta permanente, e la pelle fresca si arrossava facilmente. “Queste caldane, che pena. E pensare che ho già settantacinque anni.”
“Signora, io di quella casa non so proprio che cosa fare.”
“ E allora la venda. Una volta questa era zona di basso popolo, con la puzza che faceva la filanda, qua dietro. Ma ormai ha smesso di lavorare da un pezzo, e queste casine sono ricercate, hanno valore. Ci si può guadagnare.”
“Credo che Sergio Bassi se ne avrebbe a male.”
La Gigina si strinse nelle spalle e non replicò.
“Signora… verrebbe a rivederla insieme a me?”
Risultò poi che la presenza della Gigina sarebbe stata in ogni caso indispensabile, perché aveva un duplicato delle chiavi; nella fretta di scappare Lidia aveva lasciato le sue dentro casa.
“Aveva proprio una gran fretta, ha lasciato anche tutte le finestre aperte.” Non andò più in là, anche se avrebbe evidentemente gradito qualche informazione da parte di Lidia, dopo che lei ne aveva fornite non poche.
I mobili, in piena luce, sembravano ancora più squallidi. Come se avesse captato i suoi pensieri, la Gigina disse: “I cassetti e gli armadi sono vuoti. Quel che c’era, Sergio l’ha buttato via o l’ha dato alla Charitas.”
“Penso che l’unica cosa da conservare sia quella credenza.”
La Gigina scoppiò a ridere. “Sapesse invece quanto volte ho detto a Sergio e alla Silvana di buttarla via! Dicevo sempre, si può sapere che cosa ve ne fate, di quel canterano? “
Come se la risata della Gigina avesse rotto un incantesimo, Lidia sentì all’improvviso dei profumi. O forse era stata l’ora a risvegliarli, il primo pomeriggio autunnale. Odore di muschio, di foglie, sia cadenti che fresche, di terra smossa, perfino un leggero sentore di stallatico che qualche ortolano previdente aveva già sparso, e poi un odore dolce e forte, aromatico; da qualche parte doveva esserci una vite di uva fragola. Le parve di vedere Sergio Bassi seduto a quel brutto tavolo di formica, sotto quel televisore inaccessibile, a respirare quella stessa aria nel riscontro delle stesse finestre aperte. Il tempo che doveva passare era passato, quello che si doveva fare era stato fatto. E Lidia pensò che da quel momento in poi avrebbe riso in faccia a chiunque dicesse che il destino non esisteva.
“Dovrebbero esserci due gelsomini. Uno giallo e uno azzurro. Me li può indicare?”
Si vedevano benissimo dalla veranda; erano stati piantati alla base di un mozzicone di mura che faceva angolo in fondo all’orto e che raggiungeva ancora allo spigolo l’altezza di un uomo. Le fronde verdi ricadevano rigogliose ed arruffate, incoronate di grappoli azzurri.
“Non fioriscono insieme.”spiegò la Gigina. “Quello azzurro viene d’estate, quello giallo a fine inverno. Si può dire che si incontrano solo qualche giorno ogni tanto, qualche stagione ogni tanto, ma allora è proprio un bel vedere.”