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il rapimento
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            Lidia aveva continuato a combattere. “Se anche fosse, che cosa ci sarebbe, di male? Il lavoro qui in fabbrica lo posso fare lo stesso, non ci vengo mica tutti i giorni.”

            “E invece sarebbe proprio meglio che tu ci venissi. Io non sono eterno, un infarto fa presto a venire e vi voglio vedere, te con la tua mamma e la tua sorella, con le teste che si ritrovano. Tua mamma specialmente. Almeno tu ti devi impratichire, sei la più grande, sei ragioniera, non come la Catia che ha voluto a tutti i costi il Liceo Classico.” Maiuscole con ironia.

            “Babbo, ho diciannove anni, non puoi pretendere che mi seppellisca qui.”

            Suo padre, allora, aveva cambiato tattica. “Lo so, ciccia, se tu avessi un fratello ti terrei ben lontana,  ti farei fare tutta l’Università che ti pare. Così, non c’è niente da fare, perché se anche ti sposi, non potrai lasciare tutto in mano ad un marito che magari non ci capisce niente e ti mangia tutto, e oltre che alla tua parte dovrai badare anche a quella di tua sorella.” Quella prospettiva metteva sempre suo padre in uno stato d’angoscia.

            Eterni discorsi, a cui Lidia aveva a volte ribattuto, a volte no. Quel giorno aveva taciuto, e adesso si sentiva male. Perché una cosa era certa, i suoi amici se ne sarebbero andati e lei sarebbe rimasta sola come un cane, e non era una cosa da niente, anche se suo padre non ci pensava o ci passava sopra con leggerezza.

            Salì sulla sua R5 nuova, nera e sabbia, meno male che c’era lei, il suo regalo per la maturità. Guidare le dava soddisfazione, perché sapeva farlo bene. Fece manovra sul largo piazzale dietro i capannoni e uscì dal cancello aperto. E quasi andò a sbattere contro un idiota fermo nel bel mezzo della carreggiata, addirittura a cavallo della riga di mezzeria. Lidia frenò secco e premette forte, a lungo, il clacson.

            Due uomini uscirono contemporaneamente dalla macchina che la bloccava, Lidia si chiese cosa sono quei cosi che hanno in mano, pistole, la R5 dopo la brusca frenata s’era spenta, Lidia girò la chiavetta dell’accensione, innestò la marcia indietro e partì a razzo, che già i due allungavano le mani verso gli sportelli. Un gran fracasso, un urto, sono andata a sbattere, chi se ne frega, rumore di vetri rotti, premette sull’acceleratore, la macchina sfiorò il paletto di sinistra del cancello ma riuscì ad entrare, vide il lupo Gringo lanciato fuori a tutta velocità, il custode aveva liberato i cani, bravo. Voleva aprire la portiera, scendere, e invece cominciò a tremare ed a battere i denti.

 

            La moglie del custode le aveva fatto bere della grappa e il freddo dello choc stava passando. Le stavano tutti attorno, parlavano tutti insieme, e Lidia stava confusamente rendendosi conto che nessuno aveva visto e nessuno aveva capito che cosa era successo; la parola che ricorreva più spesso era bicicletta, il che era assolutamente senza senso. Lidia chiuse gli occhi, era stanca morta, voleva dormire e che la lasciassero in pace.

            Finalmente se ne andarono tutti, tranne suo padre, il quale disse:”E adesso mi vuoi dire che ti è saltato in testa, a fare una manovra del genere?Hai sbagliato a mettere la marcia? Forza, dimmelo, prima che arrivi la stradale, bisognerà pure che ci prepariamo.”

            Lidia allungò le mani, che stesse zitto. Raccolse le idee e disse: “Mi hanno rapito. Hanno tentato di rapirmi, cioè.”

            “Che cosa?”

            Mentre raccontava sentì avvicinarsi le sirene, e allora si interruppe, scattò. “Che sciocchezza, che bisogno c’era di chiamare la stradale, cosa c’entra?”

            Suo padre era attonito. “Ma, Lidia, quello che hai messo sotto non lo conti?”

 

            Erano passati quaranta minuti da quando era uscita dalla fabbrica pensando di fare un giro in collina, e adesso aveva ucciso un uomo. Un uomo in bicicletta. Facendo retromarcia senza guardare nello specchietto, gli aveva preso in peno la ruota anteriore, lui era rimasto incastrato sotto e Lidia, proseguendo, se l’era trascinato dietro mandandolo a sbattere con la testa contro il muretto di recinzione. Gli infermieri dell’ambulanza lo avevano preso su in barella e portato via, ma non c’era più niente da fare.

            Suo padre stava facendo il diavolo a quattro. “Se mia figlia dice che hanno cercato di rapirla, vuol dire che hanno cercato di rapirla! Ci sarà pure qualcuno che ha visto qualcosa, se non qui, nei capannoni di Bravacci, là, di fronte. Chi c’era per la strada, Lidia?”

            E così non le credevano, pensavano che si stesse inventando tutto. “Io ho visto solo quei due, e le pistole. Almeno, sembravano pistole.”

            Suo padre le fece gli occhiacci, ma era troppo tardi. “Ah, non è sicura?” Lidia guardò con odio la faccia quadrata e baffuta del commissario del 113 e non rispose. Questi figli di papà, stava chiaramente pensando l’uomo, capaci di tutto pur di sfangarsela.

            In quel momento bussarono alla porta ed entrò un giovane biondo, un po’ pelato, con un giubbotto di panno grigio. “Maresciallo, vuole venire un momento?”

            Lidia pensò con una certa soddisfazione che il baffuto non era commissario, dopotutto. Si versò un altro bicchierino di grappa.

            “Che cosa succederà, adesso?” Suo padre camminava avanti e indietro nel suo ufficio. Lidia fissava le sue scarpe marrone in movimento sulla moquette verde scuro. “Ma che pastrocchio, e che casino, con i giornali e tutto quanto. Mi meraviglio che non si sia fatto ancora vivo nessuno. Ma sei proprio sicura che ti volessero rapire?”

            “Basta!” urlò Lidia.

            “Basta?! Cosa ti salta in mente? Con chi ti credi di parlare?” Guai ad alzare la voce, con suo padre.”Come, basta? Io voglio vederci chiaro, cara mia, perché a raccontar balle e farsi compatire c’è sempre tempo, prima di tutto, e poi, se per caso è vero, sai chi cercheranno, subito? Chi li ha aiutati, ecco chi! E prima di mettere in moto tutto questo casotto, voglio essere sicuro! Basta, dice lei! Ostia!” Continuava a camminare avanti e indietro. “Chi può essere stato a informarli che venivi qui? E i tuoi orari? Non erano  mica quelli dell’ufficio, e non venivi mica tutti i giorni, per starti ad aspettare lì fuori dovevano sapere che c’eri e a che ora uscivi. Oh, glielo dico, alla polizia, di interrogarli; la signora Landini lo sapeva, poi la Valeria, Anselmo, sua moglie. Gli operai? La macchina in cortile l’avranno vista anche loro, uno che ti avesse tenuto dietro poteva immaginarsi che… Bisogna che li interroghino tutti, dal primo all’ultimo.”

            Il poliziotto pelato col giubbotto grigio venne a chiamarli, che lo seguissero al cancello. Fece il misterioso, diede delle risposte vaghe, finchè Lidia e suo padre non raggiunsero il gruppetto intorno alla R5.

            Il maresciallo baffuto chiese a Lidia: “Il tipo di macchina, almeno, se lo ricorda?”

            “Una Giulietta. Bianca.” Rispose Lidia.

            I due poliziotto si scambiarono un’occhiata. Quello pelato chiese di nuovo a Lidia che rumori avesse sentito mentre manovrava, e lei ripetè il racconto daccapo.

            “E di questi che cosa mi dice?” intervenne quello coi baffi, indicando dei buchi circolari sul parafango e sul cerchione.

            “Cosa sono? Proiettili?” chiese suo padre.

            “Probabile.”

            “Come, probabile?” saltò su Anselmo, il custode. “ Se vi dico che ho sentito gli spari e che ho liberato Gringo apposta! E la strada qui fuori è  lunga e tutta dritta, e quando gli sono corso dietro al cane, per richiamarlo, ho visto proprio la macchina bianca là in fondo, che voltava.”

            Un camioncino bianco e blu s’era fermato dall’altra parte della strada, di fronte al cancello.

            “Adesso ci sono proprio tutti.” Fece il poliziotto pelato.

            Era arrivata la televisione.

 

             

... stefano...


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